Il testo poetico: una possibile sintesi

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IL TESTO POETICO
Che cos’è

Il testo poetico è un’opera in versi in cui l’autore esprime un messaggio. Il termine poesia, dal greco poieìn, indicava la creazione di un’opera che in qualche modo superava gli altri generi di scrittura. Dall’Ottocento in poi non esistono più rigide distinzioni e il termine poetico viene utilizzato anche per rilevare l’aspetto lirico di molte pagine di prosa di alta qualità letteraria.

Caratteristiche

Nell’analisi di un testo poetico è necessario prestare attenzione alle seguenti caratteristiche:

• il linguaggio, che segue regole totalmente diverse da quello della lingua con la quale siamo soliti esprimerci;

• i versi, che si riconoscono visibilmente rispetto alle righe del testo in prosa, la cui lunghezza raggiunge il margine destro della pagina;

• la musicalità, estranea ai normali testi narrativi in prosa e alle nostre conversazioni;

• il significato che il testo poetico riesce a esprimere con un certo livello di complessità, grazie al modo in cui il messaggio viene organizzato. Nel linguaggio comune il significante (la successione di lettere alfabetiche che formano la parola) rimanda a un preciso significato, secondo quanto stabilito convenzionalmente dal codice lingua. Nel linguaggio poetico, invece, il poeta utilizza in modo del tutto personale il significante, attribuendogli dei significati che non sono più quelli stabiliti dal codice.

Il verso

Il verso è l’unità minima che compone la poesia. È costituito da una serie di sillabe, alcune delle quali sono toniche (segnate cioè dall’accento), mentre altre sono atone (non segnate dall’accento).

La successione ordinata degli accenti conferisce una cadenza particolare e costituisce il ritmo del verso.

Esaminiamo, ad esempio, i due versi iniziali della Divina Commedia di Dante:

Nél – méz – zo – dél – cam – mìn – di – nò – stra – vì – ta

mì – rì – tro – vài – per – ù – na – sél – va – o – scù – ra

Gli accenti cadono sulle stesse sillabe (1 – 2 – 4 – 6 – 8 – 10) e ciò determina un particolare ritmo.

Sono da considerarsi uguali due versi con lo stesso numero di sillabe, anche se presentano ritmi diversi.

I versi prendono il nome dal numero delle sillabe che li compongono. Chiameremo così:

binario, il verso composto da due sillabe;
ternario, il verso composto da tre sillabe;
quaternario, il verso formato da quattro sillabe;
quinario, il verso formato da cinque sillabe;
senario, il verso formato da sei sillabe;
settenario, il verso formato da sette sillabe;
ottonario, il verso formato da otto sillabe;
novenario, il verso formato da nove sillabe;
decasillabo, il verso formato da dieci sillabe;
endecasillabo, il verso formato da undici sillabe;
dodecasillabo, il verso formato da dodici sillabe.

Versi sciolti e versi liberi

I versi sciolti sono versi legati ad altri presenti nella strofe soltanto dalla lunghezza predeterminata (senari, settenari, endecasillabi ecc.), ma sciolti da qualsiasi legame di rima. Nell’esempio che segue il metro è l’endecasillabo sciolto.

Muovonsi opachi coi lucenti secchi
gli uomini calmi in mezzo agli orti. Il rosso
dei pomodori sta segreto e acceso
nel verde come un cuore. Ma lontano
il mare con le sue luci d’argento,
che sono le campane del mattino,
chiama alla pesca gli uomini che il vino
del ritorno sognavano fra il lento
ondeggiar delle barche, ridestate
quali uccelli sul ramo. L’altalena
ferma nel buio della villa aspetta
il giorno. E il giorno accorderà le varie
e rumorose colazioni. Io resto
fra tanta luce e battere di panni.
Tre rape mezza mela ed una triste
macchina di cucina vecchia d’anni
sonnecchiano su un tavolo non viste.

(S. Penna, Muovonsi opachi coi lucenti secchi)

I versi liberi sono versi non vincolati ad altri presenti nella strofe né per la lunghezza, né per un particolare schema di rime né per le combinazioni strofiche.

La luce era gridata a perdifiato
Le sere che il sole basso
Arrossava il petto delle rondini rase
Ora è sempre più viva
Sarà la smania di far notte in me solo
E cercar scampo e riposo
Nella mia storia più remota.
Ogni sera mi vado incontro a ritroso.

(L. Sinisgalli, La luce era gridata a perdifiato)

La cesura

Oltre che dalla successione degli accenti, un altro elemento che concorre a determinare il ritmo è la cesura. Si tratta di una pausa più forte, che costringe a interrompere il verso, attribuendo una maggiore intensità (non solo sonora, ma anche di significato) al segmento che la precede e una minore forza a quello che lo segue.

Per capire meglio, riportiamo il primo verso de Il cinque maggio di Alessandro Manzoni:

Ei fu. // Siccome immobile

Durante la lettura dobbiamo sottolineare con la voce la pausa (cesura) dopo la frase molto breve posta all’inizio della lirica, pausa che serve anche a evidenziare il fatto che Napoleone non è più vivo.

L’enjambement

L’enjambement o spezzatura ha luogo quando la pausa metrica non coincide con la pausa sintattica.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.

(G. Pascoli)

Nell’esempio riportato il verso Dai calici aperti si esala non conclude sintatticamente la frase. La frase, spezzata dalla pausa metrica imposta dalla fine del verso, ha bisogno del verso successivo per completarsi.

 

Le rime

Un altro elemento importante per quanto riguarda il ritmo dei testi poetici è la rima.

Essa consiste nella perfetta coincidenza della parte finale di due o più parole a partire dall’ultima sillaba accentata.

Ad esempio: altare, mare, cantare, presenza, sonnolenza, indifferenza.

Vari sono i tipi di rima. I più usati sono:

rime baciate (AA, BB, CC ecc.): la corrispondenza di sillabe a chiusura tra il primo e il secondo verso, e il terzo e il quarto.

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

(E. Montale, Meriggiare pallido e assorto)

rime alternate (AB, AB, CD, CD ecc.): la corrispondenza di sillabe a chiusura tra il primo e il terzo verso, e il secondo e il quarto.

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella diana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

(G. Guinizelli, Io voglio del ver la mia donna laudare)

rime incrociate (ABBA): la corrispondenza di sillabe a chiusura tra il primo e il quarto verso, e il secondo e il terzo.

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese,
con quel fero desio ch’al s’accese
mirando gli atti per mio mal sì adorni.

(F. Petrarca, Padre del ciel, dopo i perduti giorni)

La rima non è solo un ornamento che riguarda il suono, ma fa parte anche del livello del significato di una poesia: unendo due o più termini, grazie alla loro identità di suono, finisce anche col metterne in rapporto i significati.

L’assonanza

È una specie di rima imperfetta, con la rispondenza dei soli suoni vocalici, dalla vocale accentata fino alla fine della parola.

Non è rimasto
neppure tanto

(G. Ungaretti, S. Martino del Carso)

Può anche riguardare la vocale finale e la consonante che la precede; si parla, in questo caso, di assonanza atona. Ad esempio, amore Æ finire Æ mare.

L’allitterazione

È una successione di parole che cominciano o terminano con lo stesso suono: vocali, consonanti o sillabe.

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscio che fan le foglie

(G. D’Annunzio, La sera fiesolana)

Le strofe e le combinazioni

La strofe è determinata dalla disposizione delle rime, insieme al numero dei versi e ai tipi di versi impiegati.

Essa indica il raggruppamento di più versi, ordinati fra loro secondo determinati criteri di rima e di ritmo.

Vi sono vari tipi di strofe:

• il distico, composto da due versi;
• la terzina, composta da tre versi;
• la quartina, composta da quattro versi;
• la sestina, composta da sei versi;
• l’ottava, composta da otto versi.

Le strofe possono anche avere forme libere e contare numeri di versi variabili come accade frequentemente nella poesia.

Combinandosi fra loro le varie strofe danno luogo a diverse combinazioni. Le più usate sono la canzone e il sonetto.

La canzone, componimento lirico molto antico, si divide in strofe o stanze, che non hanno un numero fisso di versi; una volta stabilito un numero di versi (tra sette e ventuno), deve rimanere sempre uguale per tutte le strofe della canzone. Le strofe a loro volta si dividono in una fronte e in una sirima o coda. La fronte si divide a sua volta in due piedi, mentre la sirima può rimanere indivisa oppure divisa in due volte. La fronte è collegata alla sirima mediante una chiave.

Osserviamo un possibile schema:

Chiare, fresche e dolci acque A
ove le belle membra B I piede
pose colei che sola a me par donna C
Fronte
gentil ramo ove piacque A
(con sospir mi rimembra) B II piede
a lei di fare al bel fianco colonna C
erba e fior che la gonna C Chiave
leggiadra ricoverse D
co l’angelico seno E I volta
aere sacro, sereno, E
Sirima
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse; D
date udienza insieme F II volta
a le dolenti mie parole estreme. F

(E. Petrarca, Chiare, fresche e dolci acque)

I versi usati nella canzone sono soprattutto l’endecasillabo o un’alternanza di endecasillabi e settenari.

Lo schema proposto ha subito nel tempo notevoli cambiamenti e la canzone si è liberata sempre più da legami metrici di struttura, presentando strofe (è il caso di Leopardi) di varia lunghezza e versi con rime libere.

La nascita del sonetto, contemporaneo della canzone, si fa risalire al Duecento, ad opera di Jacopo da Lentini.

Esso è composto da 14 versi, tutti endecasillabi, divisi in due quartine e in due terzine; nelle due quartine si hanno solo due rime, che possono essere alternate (ABAB ABAB) o incrociate (ABBA ABBA), mentre nelle due terzine si possono avere da due a tre rime, secondo schemi meno rigidi delle quartine (CDE CDE, CDC DCD, CDC CDC ecc.).

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo A
di gente in gente, mi vedrai seduto B
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo A I quartina
il fior de’ tuoi gentil anni caduto. B
La madre or sol suo dì tardo traendo A
parla di me col tuo cenere muto, B
ma io deluse a voi le palme tendo A II quartina
e sol da lunge i miei tetti saluto, B
sento gli avversi numi, e le secrete C
cure che al viver tuo furon tempesta, D I terzina
e prego anch’io nel tuo porto quiete. C
Questo di tanta speme oggi mi resta! D
Straniere genti, l’ossa mie rendete C II terzina
allora al petto della madre mesta. D

(U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni)

Le figure retoriche

Uno dei modi per dare al linguaggio poetico maggiore forza espressiva e di significato è l’uso delle figure retoriche. Presso i greci, la retorica era la disciplina che insegnava i segreti dell’arte della parola.

Fra le figure retoriche più usate ricordiamo:

• la metonimia: consiste nell’utilizzazione di un termine al posto di un altro, che con il primo ha un rapporto logico. La sostituzione può essere di diversi tipi:

— la causa per l’effetto e viceversa: “Guadagnarsi la vita col sudore della fronte”;

— l’autore per l’opera: “E non leggi Dante?”;

— il contenente per il contenuto: “Giuseppe ha bevuto un bicchiere di vino”;

— la materia per l’oggetto: “il legno veleggiò per il mare”;

• la sineddoche: consiste nel sostituire un termine con un altro che, rispetto al primo, indichi una parte: “Eolo gonfiò le vele di venti contrari”;

• la sinestesia: consiste nell’associare due parole appartenenti a due diversi campi sensoriali: “Silvia ha una voce calda“;

• la metafora: consiste nel trasferire a un oggetto il nome proprio di un altro, secondo un rapporto di analogia: “Parlare sotto metafora”; “Fuor di metafora”; “Ulisse era una volpe”;

• l’analogia: si tratta di un paragone fra due termini, in cui viene abolito il “come”; i due termini sono molto distanti tra loro e privi di collegamento logico, e questo spesso contribuisce a renderne difficile l’interpretazione:

Tornano in alto
ad ardere le favole

(G. Ungaretti)

L’immagine analogica è “ardere le favole”. Non è facile spiegare il perché le favole brillino come le stelle alte nel cielo: forse il poeta evoca il ricordo, la sensazione di favole sentite raccontare la sera, mentre le stelle brillavano in cielo;

• l’anafora: consiste nella ripetizione di un termine all’inizio o all’interno di più versi:

Come questa pietra
del San Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

(G. Ungaretti)

I campi semantici e le parole-chiave

Le parole che compongono una lingua non vivono scucite, anzi si richiamano l’un l’altra: o perché hanno in comune il significato (i sinonimi), o perché hanno in comune la forma, ma non il significato (gli omonimi), o perché sono in opposizione (i contrari), o per associazione di idee ecc.

Tale rete di relazione fra le parole crea un campo semantico, in cui ogni parola può introdurre altre relazioni e, quindi, un altro campo.

La parola attorno a cui ruota un campo semantico si chiama parola-chiave. Nei testi poetici la parola-chiave è quella che racchiude l’argomento stesso della poesia: individuare la parola-chiave significa perciò capire il significato della poesia.

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato

In questa poesia la parola-chiave è “cuore”, che genera un campo semantico legato al concetto di desolazione, di distruzione. Sembra che tutto sia finito: delle case di S. Martino del Carso non rimane più nulla, solo qualche pezzo di muro, degli amici-soldati non rimane neppure un brandello; ma nel cuore del poeta tutti i morti hanno lasciato un segno, una croce, che fa sì che il ricordo, pur nel dolore della lontananza eterna, possa sconfiggere la morte e la dimenticanza.

Schema d’analisi del testo poetico

Nell’analisi di un testo poetico è necessario prestare attenzione al:

livello della struttura: tipo di versi, combinazioni strofiche;
livello fonico: rime, assonanze, allitterazioni;
livello del significato: figure retoriche, campi semantici, parole-chiave.
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