GIUSEPPE UNGARETTI

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Giuseppe Ungaretti in un prezioso documento filmato nel 1969 dice: “L’uomo nella guerra manifestava i suoi peggiori istinti anche se quella guerra, anche se c’eravamo entrati, anche se l’avevamo voluta, ci sembrava che fosse l’ultima guerra, che fosse la guerra per liberare l’uomo dalla guerra. La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra. La guerra è e rimarrà l’atto più bestiale dell’uomo”.

Ad accompagnarci nel racconto Andrea Cortellessa, (qui l’articolo originale) professore di Letteratura italiana contemporanea che ha dedicato a Ungaretti una monografia nel 2000 e ha curato Le notti chiare erano tutte un’alba, un’antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale.

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Interventista della prima ora Ungaretti vuole come molti degli intellettuali italiani entrare in quella guerra che considera una soluzione per ottenere uno stato di uguaglianza e di libertà e perché spera di ritrovare nella guerra la sua identità di italiano, visto che era nato in Egitto e aveva vissuto a lungo in Francia. “E se la guerra mi consacrasse italiano?” scrive a Giuseppe Prezzolini prima del conflitto. Ben presto, sul Carso, a guerra iniziata, Ungaretti cambia radicalmente registro e diventa il poeta per eccellenza della Grande Guerra. La trincea cambia tutto: la posizione di fronte alla guerra, la poesia, lo stile franto e le parole isolate, quasi assolute e, come dice Andrea Cortellessa, in trincea Ungaretti “trova le parole per attaccarsi alla vita” ed esce dalla guerra italiano e poeta. E a ricordarci l’insensatezza della guerra le letture di poesie come San Martino del Carso, Fratelli, Sono una creatura, Veglia, I fiumi con la voce inconfondibile di Giuseppe Ungaretti nei preziosi documenti filmati di Rai Teche.

Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888. Nel 1912 si trasferisce a Parigi. Interventista, si arruola volontario e combatte sul Carso dove scopre ben presto il dramma della guerra. Nel 1918 combatte sul fronte francese. Nel 1916 pubblica, grazie all’ amico Ettore Serra, Il porto sepolto in 80 esemplari. Nel 1919 pubblica Allegria di naufragi. Nel 1923 ripubblica le poesie di Allegria di naufragi con il primo titolo, Il porto sepolto, con la prefazione di Benito Mussolini. Nel 1936 si trasferisce a San Paolo del Brasile a insegnare letteratura italiana e nel 1942 torna in Italia, nominato Accademico d’Italia e professore per “chiara fama” di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università “la Sapienza” di Roma.

Torna a scrivere poesie sull’insensatezza della guerra nella raccolta Il Dolore del 1947. Nel 1969 l’intera opera poetica è raccolta col titolo Vita d’un uomo come primo volume della collana i Meridiani. Muore nel 1970.

(nella foto Montale, Ungaretti e Quasimodo)

“Sono, e dovrebbe essere indiscutibile, il maggior poeta italiano vivente, e, forse, il maggiore del mondo”. Sono parole di Giuseppe Ungaretti che ritroviamo in L’allegria è il mio elemento. Pubblicato con la cura di Silvia Zoppi Garampi, è un importante carteggio, finora inedito, che riporta alla luce le lettere tra Giuseppe Ungaretti e Leone Piccioni. Delle trecento lettere scambiate tra il luglio del 1946 e il maggio del 1969 molte sono conservate nell’archivio privato di Leone Piccioni e una cinquantina, quelle scritte a Giuseppe Ungaretti, al Gabinetto Vieusseux di Firenze. Leone Piccioni, allievo di Ungaretti a Roma, figlio di un importante esponente politico, in Rai dal 1945 come giornalista e poi dirigente, diventa interlocutore privilegiato di Ungaretti come si evince dal tono intimo e colloquiale che si riscontra in tutto il carteggio. Il poeta nelle sue lettere rivendica le competenze per l’insegnamento alla cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea da cui viene sospeso, condivide strategie per la candidatura al premio Nobel e per la nomina a senatore a vita. Molte sono le lettere in cui si scambiano idee, riflessioni e resoconti relativamente alla collaborazione per l’Approdo nella versione radiofonica, televisiva e cartacea, e sul volume sull’opera omnia di Ungaretti che vedrà la luce, con la cura proprio di Leone Piccioni, col titolo Vita di un uomo. E naturalmente Ungaretti parla più volte del suo lavoro e della sua poesia: in una lettera del 1964 da New York scrive “C’è stata, inoltre, questa settimana, all’Università, una mia lettura d’un’ora delle mie poesie. Ho letto le più difficili. L’auditorium cadeva dagli applausi. Probabilmente non avevano capito nulla. Ma la poesia non occorre capirla. È segreto comunicato a segreto”.

In occasione della pubblicazione di L’allegria è il mio elemento, Rai Letteratura vi propone un ritratto del poeta e la lettura di suoi testi. Guido Davico Bonino ripercorre le tappe più significative della vita di Giuseppe Ungaretti, dall`infanzia in Alessandria d`Egitto alla partecipazione alla Grande Guerra, all`insegnamento di lingua e letteratura italiana a S. Paolo in Brasile fino al ritorno in Italia con la cattedra di letteratura moderna e contemporanea presso l`Università di Roma La Sapienza. Ungaretti si impone all`attenzione del pubblico internazionale con Il porto sepolto (1917) e Allegria di naufragi (1919). Il suo inedito lavoro di scavo e di esaltazione della parola, posta all`interno di una struttura a sequenza di versi volutamente brevi, assume una pregnanza straordinaria. Le avversità del destino, e in particolare la morte del figlio Antonello, segnano la produzione della maturità, tra cui si ricordano Sentimento del tempo (1933) e Dolore (1947), in cui si scorge il desiderio del poeta di raggiungere nell`aldilà i suoi cari scomparsi.

Luciano Virgilio legge alcune poesie tratte dalle raccolte L`Allegria di naufragi, Sentimento del Tempo, Un Grido e Paesaggi (1952) e Taccuino del vecchio (1960).

Gli intellettuali rivestirono un ruolo determinante nel dibattito tra interventisti e neutralisti: moltissimi infatti, anche se con motivazioni diverse, erano favorevoli all’intervento italiano a fianco dell’Intesa. Successivamente, quando furono palesi gli esiti drammatici della guerra, molti di loro cambiarono opinione e le testimonianze letterarie mettono in evidenza la lacerazione provocata da un conflitto così terribile e distruttivo.
Giuseppe Ungaretti ha vissuto in prima persona l’esperienza del fronte e della trincea. Della guerra ha rappresentato la paura, il freddo, la morte, ne ha denunciato l’atroce assurdità. Al tempo stesso, proprio la quotidianità con la morte e la conseguente consapevolezza della propria disperata solitudine sono state le condizioni esistenziali necessarie sulle quali Ungaretti costruirà, attraverso un doloroso percorso di “ascoltazione” interiore, la sua incessante ricerca della poesia pura.

IL DISINGANNO

Nel 1914, allo scoppio della guerra, il giovane Ungaretti, all’epoca acceso interventista, rientra in Italia dal soggiorno parigino per arruolarsi volontario.

“Quando ero a Viareggio, prima di andare a Milano, prima che scoppiasse la guerra, ero, come poi a Milano, un interventista. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare finalmente la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte s’illudono e si mettono in fila dietro alle bubbole.”
(G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Milano, Mondadori, 1969, p. 521)

Dopo alcuni mesi trascorsi a Milano e in Versilia, Ungaretti parte per il Carso, dove presterà servizio per tutta la durata del conflitto, tranne una parentesi sul fronte francese della Champagne, nella primavera del 1918.
Di fronte alla concretezza della guerra, alla vastità dell’orrore, il giovane volontario matura una profonda mutazione.
“Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte, non dal pericolo, che era rappresentato da quella tragedia che portava l’uomo a incontrarsi nel massacro.”
(G. Ungaretti, cit., p. 520)

IL PORTO SEPOLTO: FOGLI SCRITTI IN TRINCEA

Da questa mutazione nascono le liriche della prima raccolta Il Porto Sepolto, pubblicato a Udine nel 1916, su interessamento di un ufficiale, Ettore Serra, rivista e pubblicata nuovamente nel 1919 con l’aggiunta di nuove liriche.
Negli anni successivi, Ungaretti continuò a intervenire sui testi fino all’edizione del 1931 e alla definitiva del 1942, che raccoglie gli scritti degli anni 1914-19, divisi in cinque sezioni: Ultime (con le poesie composte a Milano prima della guerra), Il Porto Sepolto,Naufragi, Girovago e Prime (con alcune liriche che indicano già il nuovo percorso poetico che caratterizzerà Sentimento del Tempo (cfr.lezione relativa).
Si tratta di testi scritti in trincea, su fogli di ogni genere.
“A dire il vero, quei foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute,… – sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico. Non avevo idea del pubblico, e non avevo voluto la guerra e non partecipavo alla guerra per riscuotere applausi, avevo, ed ho oggi ancora, un rispetto tale d’un così grande sacrifizio com’è la guerra per un popolo, che ogni atto di vanità in simili circostanze mi sarebbe sembrato una profanazione – anche quello di chi, come noi, si fosse trovato in pieno nella mischia.”
(G. Ungaretti, cit., p. 519)

SCRITTURA POETICA E AUTOBIOGRAFIA

La data e il luogo indicati in calce danno alla raccolta l’apparente aspetto di un diario di guerra. Diario solo ‘apparente’, tuttavia, perché in effetti la guerra non costituisce la materia del racconto, piuttosto la condizione dolorosamente necessaria che sollecita una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla finitezza dell’esistenza umana che contrasta con tensione verso l’infinito.
“Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini, nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, c’è esaltazione, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione.”
(G. Ungaretti, cit., p. 520)
La natura del legame tra scrittura poetica e autobiografia è proposta dallo stesso autore:
“Questo vecchio libro è un diario. L’autore non ha altra ambizione e crede che anche i grandi poeti non ne avessero altre se non quella di lasciare una sua bella biografia. Le sue poesie rappresentano dunque i suoi tormenti formali, ma vorrebbe si riconoscesse una buona volta che la forma lo tormenta solo perché la esige aderente alle variazioni del suo animo, e, se qualche progresso ha fatto come artista, vorrebbe che indicasse anche qualche perfezione raggiunta come uomo. Egli si è maturato uomo in mezzo ad avvenimenti straordinari ai quali non è stato mai estraneo. Senza mai negare le necessità universali della poesia, ha sempre pensato che, per lasciarsi immaginare, l’universale deve attraverso un attivo sentimento storico, accordarsi con la voce singolare del poeta”
(G. Ungaretti, cit., p. 527-28)
Si tratta di una autobiografia trasfigurata, quindi, poiché i singoli eventi assumono un valore simbolico di avvicinamento dell’essere umano alla verità e al senso della vita. Indicativa in tal senso la lirica Soldati (Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie) in cui l’uso del pronome impersonale trasfigura l’esperienza contingente del soldato Ungaretti nella condizione esistenziale di precarietà propria di tutti gli esseri umani.

LO STILE

Per quanto riguarda gli aspetti espressivi, Ungaretti utilizza un lessico scarno ed essenziale, per lo più privo di aggettivi. La parola viene caricata di un intenso significato attraverso il procedimento dell’analogia, grazie ad accostamenti nuovi e imprevisti.
I versi sono corti, a volte costituiti da una sola parola-verso, privi di schemi metrici, e anche i testi sono molto brevi, tanto che si può parlare di una vera e propria poetica del frammento d’ispirazione vociana. Come per i Futuristi, la ricerca di una libertà assoluta dagli schemi espressivi si traduce nell’abolizione della rima e della punteggiatura. L’effetto è di una comunicazione immediata e diretta, non mediata, piuttosto evocata dall’uso dell’analogia.

LA REVISIONE DEI TESTI

Questo procedimento è evidente se si confrontano le due versioni di San Martino del Carso.

Prima redazione da Il Porto Sepolto, 1917

Di queste case
non c’è rimasto
che qualche
brandello di muro
esposto all’aria
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
nei cimiteri
Ma nel cuore
nessuna croce manca

Innalzata
di sentinella
a che?
Sono morti

cuore malato

Perché io guardi al mio cuore
come a uno straziato paese
qualche volta

Redazione definitiva da Vita d’un uomo, 1969
Valloncello dell’Albero Isolato, il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Nell’opera di revisione, oltre all’aggiunta della determinazione spazio-temporale, sotto al titolo, nelle prime due strofe tutti gli elementi descrittivi che rimandano in un certo senso a luoghi concreti (esposto all’aria e nei cimiteri) vengono eliminati, sostituiti da uno spazio vuoto. Ma l’intervento più drastico è quello operato sulle ultime due strofe dove la sintassi articolata, in cui è presente anche una domanda retorica, viene sostituita da un distico (che con il precedente forma una coppia di endecasillabi) in cui vengono mantenuti solo i due elementi lessicali essenziali: cuore e paese.

 

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